Cosa possiamo fare per l’Ucraina?

Lo scoppio della guerra in Ucraina, in seguito all’invasione della Russia, ci ha lasciato tutti sgomenti. La paura e il senso di impotenza non devono impedirci di pensare per capire in che modo possiamo essere realmente utili.

“Sì, ma cosa possiamo fare?”

Di sicuro non possiamo fermare i carri armati o bloccare i missili. Ma ci sono delle azioni concrete di cui possiamo farci portatori. Nulla di difficile e complicato, vi facciamo alcuni suggerimenti invitandovi a pensare e riflettere insieme alle altre Ac del vostro territorio e alle altre associazioni.

E’ importante non agire da soli perchè il bene si fa insieme e soprattutto in un’occasione simile la collaborazione ha un duplice valore: uno simbolico che costruisce comunità e relazioni lì dove si vuole separare e dividere e uno pratico perché impedisce il duplicarsi di iniziative simili per concentrare forze e disponibilità.

QUINDI, COSA POSSIAMO FARE DI CONCRETO?

Pregare

E’ la cosa che possiamo fare tutti. Quella più immediata, tutti i giorni, in varie forme. Non fermiamo la preghiera ordinaria, personale e comunitaria, per la pace. All’inizio di ogni incontro, non dimentichiamo mai di chiedere la pace.

Studiare

Abbiamo il dovere di capire le cose per provare a comprenderle. Su internet si trovano diversi approfondimenti e spinti, ma bisogna selezionare bene le fonti. Su https://azionecattolica.it/con-gli-occhi-e-il-cuore-verso-est/ trovate del materiale utile proposto dal Msac. In generale, l’acquisto di quotidiani, riviste e libri è sempre il metodo migliore..

Avere atteggiamenti di pace

Nel nostro piccolo, cerchiamo di evitare i conflitti, facciamoci promotori di uno stile fatto di dialogo e mitezza.

Prendere contatti

Lo abbiamo detto, in questo caso la dimensione comunitaria è fondamentale. Prendete contatti con l’amministrazione comunale per capire com’è la situazione, se ci sono necessità e urgenze. Guardatevi intorno per scoprire se ci sono comunità ucraine o famiglie che sono ospitate da chi, magari, già lavorava qui. La rete è fondamentale.

Partecipare

Non promuovete iniziative già presenti, partecipate a quelle già in essere: la Caritas, le parrocchie, le amministrazioni in diversi casi hanno già delle raccolte in corso. Detto senza giri di parole: non bisogna “mettere il cappello” sugli aiuti, ma dare una mano.

Renderci disponibili

Non siamo noi a decidere di cosa c’è bisogno. Ascoltiamo le esigenze e rendiamoci disponibili ad aiutare secondo le richieste e non in base a ciò che noi pensiamo serva. Valutiamo la disponibilità ad accogliere i rifugiati nelle nostre strutture (qualora ci fossero le condizioni)

Donare sorrisi ai più piccoli

I rifugiati sono soprattutto donne e bambini. Valutiamo la possibilità di offrire un servizio di animazione per i bambini: in tal caso raccomandiamo attenzione e rispetto verso il dramma che stanno vivendo, ma il supporto alle persone attraverso la relazione è un aiuto concreto che è particolarmente nelle nostre corde. Soprattutto in questo caso è fondamentale muoversi insieme all’amministrazione e alle comunità.

Per scaricare l’elenco delle proposte: proposte-ucraina.pdf (322 download)

Una proposta dall’Ac nazionale

Tavoli di Dialoghi per far avanzare la pace

Di Riccardo Bonacina, Giuseppe Notarstefano, Angelo Moretti

Con le scene terribili della battaglia di Kiev è tornata nel cuore d’Europa quell’antica festa crudele della guerra, come l’ha definita Franco Cardini. Il corpo tetro ed energico della guerra torna nei volti dei neo-sposi Arieva e Fursin che imbracciano i fucili subito dopo essersi scambiati gli anelli nuziali, nelle mani dei bambini che seduti a cerchio attorno ad un tavolo preparano le molotov insieme agli adulti, proprio dove qualche giorno prima consumavano la merenda del pomeriggio, torna nelle luci brillanti dei missili che squarciano il cielo ucraino, cieli che decenni di pace ci hanno abituato a vedere di mille colori solo in occasione delle celebrazioni gioiose.

Con l’antica festa crudele torna il terrore dei bunker, della mancanza dei viveri e dei contanti, della paura di non passare la notte e l’insicurezza generale di non sapere dove colpirà la prossima volta il nemico, l’incertezza di non sapere di che colore siano le divise di cui ci si può fidare, si celebra di nuovo il rito delle separazioni forzate, delle rabbie, dei desideri di vendetta, il desiderio di farla pagare cara agli oppressori.
Tutti sentimenti che pensavamo fossero congelati nelle guerre orribili e fratricide della ex Jugoslavia o in quelle tra Hutu e Tutsu del Rwanda.

È forse la prima volta che una società liquida affronta la guerra di invasione in queste dimensioni così solide e calde. Se è vero che in ogni epoca il soldato Piero è stato ucciso per non essersi disconnesso dalla sua improvvisa empatia per un altro uomo, è tragicamente vero che la guerra rischia di imporre la disumanizzazione del nemico per poter giustificare la sua eliminazione. Finisce così che, dalla condanna di un uomo a quella della sua genia o etnia o nazione, il passo è breve. Cosa succederà tra i due popoli fratelli per storia e per religione, tra la nazione invasa e gli appartenenti alla nazione degli invasori? Come saranno le relazioni non solo in Ucraina o ai suoi confini, ma in tutta Europa, tra quei popoli che il direttore di Avvenire ha giustamente definito “comunità gemelle” e non semplicemente fratelli? Non sappiamo cosa resterà di questa guerra quando finirà, ma come società civile abbiamo deciso di non aspettare invano ed immobili. Non possiamo fermarci nel manifestare solidarietà al popolo invaso, dobbiamo rispondere alle parole e ai gesti di guerra con l’accoglienza e con un’azione simmetrica ma di pace, di peacekeeping dal basso. Provocare e cercare la pace casa per casa, città per città, qui in Italia, senza aspettare altro tempo
per vedere come si evolverà l’occupazione. Se le mediazioni internazionali non hanno per ora portato a soluzioni, non possiamo permetterci di far tramontare quelli del dialogo tra i nostri amici ucraini e russi che abitano da oltre trent’anni in Italia. Dobbiamo agire in fretta per evitare che l’odio possa conquistare le due comunità nelle nostre città dividendole ancora, evitare che i dolori inferti diventino rancori di stampo nazionalista.

Per questa urgenza abbiamo condiviso con le oltre cento associazioni riunite nell’Alleanza “Per un Nuovo Welfare” la campagna di mobilitazione #abbraccioperlapace: l’apertura di tavoli di dialogo tra le comunità ucraine e russe in tutte le nostre sedi, su tutto il territorio italiano. Le cento associazioni, tra cui l’Azione Cattolica Italiana, le Acli, la Next Nuova Economia per Tutti, la Scuola di Economia Civile, la rete di Economia Sociale Internazionale, i Gruppi di Volontariato Vincenziano, la Papa Giovanni XXIII, la Fondazione Ebbene, la rete Sale della Terra, la Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, i Borghi Autentici di Italia, la Casa della Carità, la Conferenza Permanente Franco Basaglia, animate dalla società editoriale e impresa sociale “Vita”, hanno messo a disposizione le loro sedi territoriali per alimentare in ogni città momenti di confronto e di dialogo tra le comunità ucraine e le comunità russe presenti, perché non smettano di parlarsi, perché continuino a scambiarsi notizie ed aiuti reciproci, perché chi ha la fortuna di non dover imbracciare un fucile, mentre il rumore degli spari sopra si fa sentire, continui ad abbracciarsi. Il fumettista e attivista Gianluca Costantini ci ha regalato un disegno bellissimo che diventerà l’immagine della nostra campagna di
mobilitazione: la stilizzazione di un abbraccio vero tra due adolescenti, l’immagine di due generazioni che continuano ad amarsi. Non accadrà però per caso o per la sola volontà eroica delle due parti in gioco, avverrà se tutti noi faremo la nostra parte di costruttori di pace accanto a loro.

Per questo, in ogni città italiana vogliamo favorire e praticare un abbraccio per la pace.

Info e materiali: https://azionecattolica.it/tavoli-di-dialoghi-per-far-avanzare-la-pace/

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