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Tra muri e pietre vive, il nostro pellegrinaggio in Terra Santa

Vedere Gerusalemme da un po’ di anni era nella lista delle mie cose da fare, ma, in questi periodi di tensione in Medio Oriente, lo ritenevo quanto meno sconsigliabile. Questa esperienza mi fu proposta e presentata non come il classico “pellegrinaggio” dove vieni scarrozzato da un posto all’altro, ma come un viaggio dove avrei avuto la possibilità di crescere dal punto di spirituale e di calarmi nella realtà locale. Riflettei qualche ora e non trovai motivazioni valide per dire no.

Decisi di partire, con il profondo rispetto per luoghi carichi di storia e che sono stati la cornice della nascita, vita, passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, conscio anche dei luoghi comuni che vengono in mente pensando ad Israele e Palestina e con la curiosità di scoprire quali corrispondessero al vero e quali no. Racconto un aneddoto: la prima notte a Betlemme, nel cuore della notte, c’erano persone che urlavano e battevano i pugni fuori al portone del nostro alloggio. Chi si è svegliato (io dormivo profondamente) si è subito allarmato pensando a dei male intenzionati o peggio ancora a dei terroristi. Invece no: erano “semplicemente” dei ragazzini che avevano tirato fino a tardi ed erano rimasti chiusi fuori casa. Ragazzini che di notte giocano con il pallone in Piazza della Natività così come quelli dei Quartieri Spagnoli lo fanno nella Galleria. La gente ha la testa calata sullo smartphone esattamente come da noi, tra l’altro ho smarrito il mio cellulare su un pullman a Betlemme e me lo hanno ritrovato (non è sparito in una dimensione parallela). Le donne musulmane portano sì, il velo, ma non nascondono la loro identità dietro di esso, guidano l’auto, e una volta, ad Haifa, una ragazza del nostro gruppo che aveva ascoltato la musica che proveniva da un cellullare di un gruppo di musulmane in gita, le ha pure coinvolte in una coreografia di reggaeton. Sembravano molto divertite.

Sono tante le cose che ci accomunano a loro, ma ciò che davvero ci divide e divide soprattutto loro, è quel maledetto muro che separa Israele dalla Cisgiordania. Non dimentico l’immagine e le sensazioni provate quando ho visto il muro, quando per la prima volta abbiamo attraversato il check point: un muro alto 8 metri e un misto di stupore e tristezza; i militari che chiedono informazioni all’autista, ci guardano in viso, chiedono i passaporti e poi ci lasciano passare. Un normale controllo, sicuramente legittimo, in nome della sicurezza. Ma per questo muro e in nome di questa sicurezza vengono divise città come Betlemme e Gerusalemme che distano soltanto 8,5 km. In nome di questa sicurezza per attraversare il muro bisogna percorrere kilometri in più, e se i controlli, sempre in nome della sicurezza, si fanno più scrupolosi, una persona che deve andare a lavorare al di là del muro non sa se farà in tempo o se addirittura riuscirà a passare i check points. E se un bambino è grave in Palestina e deve essere trasportato d’urgenza in Israele, dove ci sono gli ospedali migliori (a pagamento), c’è bisogno di un’ambulanza palestinese che lo porti al check point e di una israeliana che lo venga a prendere: così un bimbo muore per la sicurezza. Per la sicurezza i palestinesi sono come chiusi in una “stanza” senza bagno e con solo un bicchiere d’acqua; questo perché la quasi totalità dei pozzi d’acqua sono dalla parte israeliana del muro e questo rende le risorse idriche particolarmente preziose per loro. Il muro è una ferita che percorre tutta la Terra Santa, che crea tensioni divide i popoli così nel profondo da creare un’altra barriera invisibile, cosicché, quando il muro fisicamente crollerà, si dovrà ancora lavorare per abbattere il muro eretto all’interno dei cuori delle persone.

Una cosa che, invece, mi ha colpito in positivo è l’accoglienza della gente: talvolta qualcuno ci domandava di dove fossimo e dopo uno scambio di battute ci salutavano, a seconda del luogo in cui ci trovavamo con un: Benvenuti in Israele, Palestina o Terra Santa. È un qualcosa che fa riflettere perché in Italia non siamo soliti salutare uno straniero con “Benvenuto in Italia”

Preparati magistralmente e seguiti spiritualmente da Don Alessandro Valentino, abbiamo visitato Betlemme, Gerusalemme, Nazareth, le località intorno al Mare di Galilea e meditato nei pressi dei luoghi sacri che abbiamo visitato. Prima di recarsi in Terra Santa è fondamentale un’adeguata preparazione sullo stato attuale dei luoghi sacri, perché, in quasi tutti i luoghi maggiormente significativi è stata eretta una Chiesa, quindi se ci si figura il Santo Sepolcro come una tomba scavata nella roccia o ci si aspetta di vedere il Golgota alla luce del sole così com’era il I sec d.C., si rischia di andare fuori strada. E non bisogna crucciarsi se si è stati all’interno dell’edicola del Santo Sepolcro e si ha l’impressione di non aver sentito nulla, è un mistero talmente grande, e il prete ortodosso che sta all’ingresso mette una tale fretta che è difficile entrare, vedere la Tomba Vuota e subito capire. Getsemani, Monte degli Ulivi, Tabor, Santo Sepolcro, Basilica della Natività, Basilica dell’Annunciazione, Mare di Galilea, ci sono luoghi che prendono più di altri perché la Terra Santa è in relazione con il pellegrino: parla a tutti, ma parla alla Vita di ciascuno in maniera diversa, così come è compito di ognuno rispondere con la propria Vita.

La Terra Santa è relazione e non si può entrare in relazione con luogo senza entrare in relazione con le persone che lì operano e abitano: Baby Caritas Hospital, Hogar Niño Dios, comunità parrocchiale di Beit Sahur, Custodia di Terra Santa e Piccoli fratelli Jesus Caritas. Sono solo alcune delle Pietre Vive che operano su questa Terra e la rendono Santa attraverso l’assistenza sanitaria a bambini in luoghi in cui non è garantita, il dare una casa e una vita a ragazzi e adulti affetti da disabilità e rifiutati dalle famiglie, il custodire i luoghi sacri o semplicemente il vivere questa Terra in armonia con il suo popolo e le altre confessioni religiose.

Tra le tante relazioni quella forse più significativa è quella che si è instaurata i compagni di viaggio. Condividendo ogni cosa, ma soprattutto le nostre sensazioni e le nostre emozioni, siamo passati dall’essere quasi sconosciuti ad amici, fratelli, ai quali basta uno sguardo per intendersi, persone che hanno percorso la stessa via mossi dagli stessi ideali. Don Alessandro, Aldina, Matteo, Maria Grazia, Sonia, Caterina, Marco, Carmela, Mirco, Marilena: senza di loro questo viaggio nella nostra anima non sarebbe stato la stesso. Ciascuno di noi porterà dentro sé un pezzo di Terra Santa con l’auspicio di poterne trasmettere agli altri un po’, consci che sarà solo una minima parte. La Terra Santa va vissuta.

Luigi Marino, parrocchia San Francesco d’Assisi di Pomigliano d’Arco

1 Commento

  1. Ciao sono gina adulta ac marigliano. Sono a Betlemme alla casa hogar nino dios come volontaria del progetto al vedere la stella. Un saluto e una preghiera a tutti dalla Terra Santa. Grazie a Luigi per l’articolo

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