Questo post è stato scritto mercoledì, 25th febbraio 2009 alle 00:07 nella categoria Pensieri e parole, Spiritualità. È possibile seguire tutte le risposte a questo post tramite i feed RSS 2.0. I commenti e i ping sono attualmente chiusi.


In cammino verso la “preghiera”
Son venuto nel deserto per pregare, per imparare a pregare.
È stato il grande dono che mi ha fatto il Sahara, dono che vorrei trasmettere a tutti coloro che amo, dono incommensurabile, dono che riassume ogni altro dono, il “sine qua non” della vita, il tesoro sepolto nel campo, la perla preziosa scoperta sul mercato. La preghiera è il sunto del nostro rapporto con Dio. Potremmo dire che noi siamo ciò che preghiamo. Il grado della nostra fede è il grado della nostra preghiera; la forza della nostra speranza è la forza della nostra preghiera; il calore della nostra carità è il calore della nostra preghiera. Né più né meno.
La nostra preghiera ha avuto un principio perché noi abbiamo avuto un principio; ma non avrà fine, e ci accompagnerà nell’eterno, e sarà il respiro della nostra contemplazione estatica di Dio, e il canto della nostra felicità eterna, quando saremo “saziati al torrente delle delizie di Dio”(Sal 35). La storia della nostra vita terreno-celeste sarà la storia della nostra preghiera.
È, quindi, e innanzi tutto una storia personale. Come non c’è fiore uguale ad altro fiore, una stella uguale ad un’altra stella, così non c’è uomo uguale ad un altro uomo. Ed essendo la preghiera il rapporto di questo uomo con Dio, tale rapporto è diverso per ciascun uomo. Non c’è quindi una preghiera uguale ad un’altra preghiera. È una parola che varia sempre, fosse anche ripetuta all’infinito con le stesse sillabe e con lo stesso tono di voce. Ciò che varia è lo spirito del Signore che l’anima; e questo non si ripete mai, è sempre nuovo. S. Bernardetta Soubirous, che non sapeva dire se non “Ave Maria”; o il mistico che non può più ripetere se non un monosillabo “Dio”, hanno la preghiera più varia e personale che immaginar si possa; perché, sotto il velo di quell’unica parola, passa solo e tutto lo spirito di Gesù che è lo spirito del Padre.
Per capire bene la preghiera, è necessario capire che si parla con Dio. Ci sono quindi due poli: l’uno piccolo piccolo, debole debole: la mia anima; uno immenso e onnipotente: Dio! Ma qui sta la prima grandezza e la prima sorpresa: che Lui, così grande, abbia voluto parlare con me, così piccolo; Lui, Creatore, con me creatura. Non sono stato io che ho voluto la preghiera; è Lui che l’ha voluta. Non sono stato io che l’ho cercato; è stato Lui che mi ha cercato per primo. Vano sarebbe stato il mio cercare Lui se prima di tutti i tempi non fosse stato Lui a cercare me. La speranza su cui poggia la mia preghiera sta nel fatto che è Lui che vuole la mia preghiera. E se vado all’appuntamento è perché Lui c’è già ad attendermi.
Se Lui fosse rimasto nel suo silenzio e nel suo isolamento, io non avrei potuto rompere il mio. Nessuno s’è mai messo lungamente a parlare con un muro, un albero, una stella. Se l’ha fatto, ha smesso ben presto, non ottenendo risposta. Con Dio, è tutta la vita che parlo; e non ho che incominciato!
Carlo Carretto,
Lettere dal deserto










