III domenica di Quaresima. Lo zelo del laico

Si puó mercanteggiare in nome di Dio? Si può avere una falsa relazione con il Signore al solo scopo di crescere in potere? Don Alessandro ci conduce nella terza domenica di Quaresima…

III di Quaresima (anno B)

Vangelo: Gv 2,13-25

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.

Dal vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Lo ‘zelo’ del laico

C’è un luogo nel quale il Signore è presente e che, per questo, è tempio, luogo della sua dimora, casa di preghiera, possibilità di incontro con lui nel culto adorante, dove poter esprimere la lode liturgica di riconoscenza alla sua maestà.

Il tempio del Signore, però, non è fatto di sola pietra, non è costruito da mani d’uomo. Tutti i santuari di pietra portano con sé l’ambiguità di essere ammirati quali frutto della gloria umana. Se poi, in essi, si vive con una logica di mercato, diventano luoghi di baratto, in cui non c’è spazio per la gratuita relazione di amore con il Signore. Siamo chiamati, perciò, a riconoscere il santuario della presenza di Dio anche nel creato, in ciascun uomo, nel volto del povero e del sofferente, del denigrato e del disprezzato, dello sfruttato e del dimenticato.

Gesù, allora, compie un gesto altamente profetico nell’allontanare i mercanti e i cambiavalute dal tempio di Gerusalemme. Egli denuncia con forza l’uso improprio del nome di Dio per perseguire degli umani interessi. Contesta quel potere sacerdotale che nasconde i propri utili indossando la maschera di una santità fittizia.

«Non fate della casa del Padre mio un mercato» è il desiderio profondo di stabilire l’autentica relazione con Dio,  fondata sull’adorazione in spirito e verità, sul riconoscimento della presenza di Dio al di là delle pietre fredde ed opache di falsi altari.

Si può avere una falsa relazione con Dio? Certo, soprattutto quando la fede non si integra con la vita; quando la relazione con Dio è solo un pretesto per affermare il proprio dominio, per consolidare il proprio potere, per sfruttare il creato e distruggere la vita degli altri, la dignità dell’uomo.

Questo può valere anche per le nostre chiese, per le nostre parrocchie, per le associazioni a cui apparteniamo con tanto ‘zelo’ (zelo da verificare). Spesso i luoghi dello spirito sono violati da logiche distorte quali la compravendita dei sacramenti o la necessità di ricevere protezione grazie ad una offerta, da una preghiera sterile perché nutrita esclusivamente del soddisfacimento dei propri bisogni. Le nostre parrocchie diventano, così, agenzie assicurative, supermercati del sacro, centri a cui delegare la propria responsabilità di fronte alla vita, dove cercare magici oracoli che facilitino l’esistenza o luoghi dove ci si accarezza reciprocamente quell’io malato di narcisistico protagonismo. In questo modo, il culto perde il suo centro, il suo senso, la sua freschezza. In una parola, il nostro culto è gelido, è senza ‘zelo’.

Alla luce del segno profetico di Gesù ci domandiamo: il nostro essere laici cristiani è vissuto nella profetica denuncia di tutti i soprusi che vengono perpetrati a danno dei luoghi sacri della presenza di Dio?

Non c’è forse una profezia da vivere nei confronti di un mercanteggiare sul creato, tempio anch’esso del Dio creatore? Non c’è una profezia da vivere nei luoghi di lavoro perché sia rispettato l’uomo, tempio del Dio vivente? Non c’è una profezia da vivere verso i poveri e gli ultimi, verso i sofferenti che sono dimora del Signore povero e sofferente? Non c’è una profezia da vivere quale lode a Dio occupandosi delle realtà temporali?

Come laici, impariamo a leggerci dentro e a domandarci: la mia vita è profetica? Sono un tempio in cui risuona la parola di Dio in maniera forte e con cuore ardente?

Don Alessandro

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