Comunicare la fede oggi

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Pubblichiamo l’approfondimento su fede e comunicazione, scritto da Marco Iasevoli per il sussidio giovani di quest’anno, ritenendo che possa essere una lettura utile anche per gli educatori e responsabili degli altri settori.

A botte di “misericordia”, “piatti in faccia”, “buongiorno”, “buonasera” e “buon appetito”, Francesco ha dato una sterzata enorme al mondo della comunicazione. Mondo di parole spesso ipocrite, il cui senso autentico è quasi sempre diverso da quello letterale. Mondo di sottigliezze retoriche, di gare di prolissità. Mondo gridato, in cui si estrapola una sillaba da una frase e la si rende titolo a caratteri cubitali. Mondo pomposo e talvolta evanescente. Mondo dal quale è pian piano sparita la realtà, al massimo strumentalizzata o usata come pretesto per sostenere la propria teoria della vita e della società. Un Papa che parla così chiaro, così semplice, è uno schiaffo a chi gli strumenti della comunicazione li ha banalizzati (sino alla volgarità) o deformati, trasformandoli in arma di pressione per forzare le élites decisionali della politica, dell’economica, della finanza, della stessa cultura.

Ma l’errore che spesso compiamo, quando parliamo di Francesco, è pensare che la sua “lezione” sia rivolta ad altri, e non a noi. Magari crediamo che il Papa si rivolga solo e unicamente alle gerarchie (della politica, degli organismi sovranazionali, della stessa Chiesa) , ma non è così. Ci piace pensare che Francesco abbia nel mirino “i potenti”, mentre noi, “i buoni”, siamo al riparo dall’onda d’urto della sua presenza globale. Ma ci illudiamo. Anche solo restando alla stretta analisi della comunicazione del Pontefice, dobbiamo ammettere che la sua rivoluzione mette in discussione tantissimo anche i nostri modi di dire, proporre, elaborare. Sentendo Francesco, ciascuno di noi, in realtà, si sente macchinoso, lento, staccato dal vissuto, teorico, freddo tendente al gelido. Noi pensavamo che dire “Dio è amore”, “non parlate alle spalle”, “siate teneri”, noi pensavamo che queste espressioni fossero troppo poco, troppo semplici per parlare di Dio e della fede oggi. Non era così. In tanti – specie coloro che da anni rifiutano di camminare con le nostre comunità parrocchiali pur senza rifiutare Dio – non aspettavano altro: parole che richiamano sentimenti e atteggiamenti veri, riscontrabili ogni giorno a casa, sul lavoro, in famiglia, nella comunità dei credenti, nelle piazze. Semplice è bello, semplice è vero. è il suo estremo, il semplicismo, il vero problema. Ma al pericolo del semplicismo non si risponde complicando le cose, bensì rieducandoci a trarre l’essenziale dai nostri pensieri, dal nostro cuore, dalla nostra lingua.

Le parole che arrivano al cuore. Non tutti i suoni emessi dalla bocca vanno al cuore. Alcuni sono destinati a consumarsi nell’aere, come bolle di sapone. Esiste infatti una strana forma di decodificazione da parte di chi ci sta di fronte (sia una persona o un gruppo), una forma irrazionale e istintiva di decodificazione, che collega ascolto e sensazioni di tipo emotivo. Vi si è mai avvicinato qualcuno per dire “si vedeva che quelle cose le pensavi, si sentiva che in quelle cose ci credevi”? Se vi è accaduto, allora avete in mano le chiavi della comunicazione che parla al cuore. Le parole che abbracciano la vita degli altri sono quelle che esprimono pienamente la nostra stessa vita, in tutto e per tutto, nei suoi punti di luci e nei suoi punti oscuri. Le costruzioni astratte affascinano e fanno riflettere, ma perché si arrivi al cuore ci vuole, nella comunicazione, la condivisione di se stessi.

Le parole che aprono la mente.  Nel prendere tra le mani il grande magistero di Francesco, non c’è errore più grande che mettere in un cantuccio quello di Benedetto XVI. Il grande impegno del Papa emerito per una fede “intellegibile” è più che mai complementare alla “sburocratizzazione” semantica proposta, senza soggezione verso le élites culturali, da Francesco. La parola buona può diventare “buonista” se non ha solidi ragioni che la sostengono. La parola buona deve anche convincere, non  solo emozionare. E per convincere deve entrare, con gentilezza e discrezione, nel sistema di pensiero di chi ci ascolta. La parola diventa convincente quando si integra nella “visione del mondo” degli altri. “Sii tenero” è un invito che convince se la mia testa è in grado, in tempo reale, di riflettere e dire: “Già, davvero la tenerezza fa la mia vita migliore”. Per quanto l’agire per il bene del credente non sia strumentale, sappiamo che la grande sfida è una: far capire che credere non solo “è bello”, ma allo stesso tempo “conviene”. Non perché metta soldi in tasca, ma perché è verificabile nei fatti quanto il “buon agire” coincida con una “buona vita”. Se agisco bene, e vedo che intorno a me migliora la qualità delle relazioni, la qualità del mio studio e del mio lavoro, allora passa ben altro di un concetto etico: passa uno stile.

Le parole che consumano il fegato. Tutto ciò che non coinvolge il cuore e la mente rode il fegato. Le mezze frasi. I compromessi al ribasso. I giri di parole. Le incoerenze tra verbo e azione. La pomposità. L’egocentrismo. “Io ho fatto, io ho detto…”, quella stucchevolezza che è spesso dei grandi “cervelloni” cui purtroppo ci siamo assuefatti. Abbiamo riscoperto, in questo anno di grandi trasformazioni della Chiesa, quanto sia importante quella pagina di Vangelo che ci esorta a dire “si” o “no”. Certo, la vita ha tante sfumature. Ma le sfumature non possono essere il punto di partenza della comunicazione. Le sfumature sono il punto di arrivo naturale quando l’ideale si confronta con la vita. Accettare con serenità le sfumature, ma senza perdere il senso profondo dell’ideale, è una conquista essenziale che arriva con la maturità. La prima comunicazione della fede non può però consentirsi di partire da un “amaro realismo”. Giocoforza, la prima comunicazione della fede propone un orizzonte di bellezza, un fine alto, un motivo nobile. La seconda comunicazione della fede è poi quell’accompagnamento ordinario che aiuta la persona, ogni giorno, a verificare, riorientare, assestare, a misurare progressi e cadute.

Le parole che fanno camminare. La linguistica ci ha messo molto tempo per capire la capacità “performativa” della parola e della comunicazione verbale. Il linguaggio spinge ad un’azione. Comunicare è muovere. L’immobilismo è il segno di una cattiva comunicazione. La pubblicità insegna: si comunica il marchio per spingere la persona a uscire di casa e comprare (o almeno ad andare su Internet e acquistare on line). Per carità, nessun paragone profano. E tuttavia: quando ci impegniamo a comunicare ciò in cui crediamo, ci dobbiamo porre un altro grande tema, quello dell’efficacia concreta della comunicazione misurabile non nelle emozioni e nei “si” suscitati, ma anche dalle azioni concrete che ciascuno intraprende alla luce delle parole ascoltate. Qui la comunicazione incrocia la testimonianza, e la parola reclama urgentemente un esempio di vita in cui concretizzarsi.

L’Ac, e gli educatori di Ac, di fronte alla sfida della comunicazione della fede. Se vogliamo prendere seriamente in considerazione il tema di far innamorare di Gesù più persone, dobbiamo metterci in discussione seriamente. Mettere in discussione alcune metodologie che magari funzionavano 10-15 anni fa, quando non c’era la poderosa accelerata imposta dai social network. Impegnarci a usare meglio le parole e gli strumenti sui quali viaggiano, non per diventare dei “venditori porta a porta”, ma per finalizzare meglio il grande entusiasmo e la grande passione che abbiamo nel cuore. La “comunicazione” è come l’assist del fantasista che manda in gol l’attaccante, è l’ultimo passaggio prima di andare a rete. Perciò è importante. Francesco ha offerto un paradigma di comunicazione che – a mio avviso, ma è una analisi personale – è la trasposizione nel Terzo Millennio della pedagogia delle parabole. Non siamo chiamati ad una mera “imitazione”, ma ad acquisire dal Papa i criteri essenziali di una comunicazione che collega terra e Cielo: semplicità, essenzialità, ancoraggio alla vita concreta.

Qualche indicazione concreta. Da questo discorso molto sintetico e veloce, è possibile trarre qualche indicazione concreta? Ad esempio, è possibile trarne una serie di “consigli” per curare la preparazione di un incontro formativo anche dal punto di vista della comunicazione? Non è facile, ma ci proviamo, seppure in pillole:

Preparazione:

–          “Memoria affettiva e memoria biblica”: è importante che un educatore o un gruppo di educatori, prima di proporre un tema al gruppo, sappiano fare memoria di quelle esperienze di vita che hanno aiutato loro per primi ad affrontare quel tema, e a interiorizzarlo; allo stesso tempo, per una comunicazione credibile, l’educatore deve aver sperimentato nella sua vita una Parola che lo ha aiutato a comprendere, approfondire e magari sciogliere i nodi che intende presentare al gruppo. Imparare a “narrare” la propria fede senza fanatismi, senza autoesaltazioni, senza protagonismi e “misticismi”, è questa la migliore preparazione prima di incontrare un gruppo di giovani o giovanissimi.

–          “La coerenza comunicativa rispetto all’obiettivo formativo”: quando si individua un tema o un obiettivo formativo, è utile anche porsi il problema del “come” porlo. Se l’obiettivo è suscitare domande e dubbi, allora non è utile un tono e un atteggiamento assertivo. Se l’incontro è di tipo “motivazionale”, allora si impara ad accompagnare alle parole anche un minimo di comunicazione del corpo. È molto importante studiare, oltre ai contenuti, anche i toni, le parole-chiave, gli atteggiamenti con cui accompagnare l’incontro. Talvolta si può parlare in generico, altre volte si può interpellare ciascuno con più nettezza. Non si tratta di “studiare” o peggio “recitare una parte”, ma di acquisire consapevolezza che la nostra parola e il nostro corpo sono il veicolo (imperfetto) del contenuto che vogliamo proporre.

–          “Progettare l’interazione”: se, in un incontro di 60 minuti, l’educatore è costretto ad un monologo di 50, vuol dire che qualcosa è andato storto nella preparazione e nella realizzazione dell’incontro (a meno che non ci fosse una precisa volontà in questo senso). A meno che il tema non sia di suo appassionante, l’interazione va suscitata, progettata, alimentata. Ci sono tecniche più o meno semplici, dalle domande scritte su un foglio a un gioco che fa riflettere all’utilizzo di strumenti multimediali. Ma non c’è niente di peggio di un incontro ad una sola voce, o in cui c’è la solita oligarchia di voci.

Realizzazione:

–          “Lo scioglimuscoli”: qualsiasi sia il tema, l’inizio dell’incontro è sempre un “rivedersi in famiglia”. Gestire i primi momenti dell’incontro con serenità, lasciando spazio a racconti e fatti della settimana, a piccole esperienze, battutine, scambi di idee su fatti d’attualità… Non è tempo perso!

–          “Tempi, ritmo e contorcimenti”: l’educatore non è soltanto un veicolatore di contenuti, ma anche un attento osservatore delle dinamiche personali e di gruppo. Occhi che cercano il soffitto, paroline dette all’orecchio… sono piccoli segnali che la comunicazione si sta intoppando. Essere rigidi è la cosa peggiore: bisogna avere la capacità di mettere da parte il programma che si aveva in testa, e ricalibrarsi tra le cose importanti che si vogliono dire e le reazioni spontanee delle persone che si hanno di fronte. Ciò non vuol dire rinunciare al contenuto, ma salvaguardarlo: perché il recepimento è sempre selettivo, portare a termine l’incontro così come programmato non assicura l’interiorizzazione. È importante che l’educatore pensi all’incontro come ad una “conversazione melodica”, prestando molta attenzione al tempo e al ritmo con cui si svolge il tutto. Alla meditazione sulla Parola si confanno bene tempi e ritmi lenti, pause silenziose; ad un tema di attualità non si può associare una ritmica da congresso.

–          “Non io ma Dio. La vita e la Parola”: l’incontro deve e può culminare in un passaggio cruciale, quello in cui la Parola raccoglie la vita di tutti e rilancia ad un orizzonte nuovo. Qui si snoda il senso pieno della comunicazione della fede: mostrare che il Verbo non è astratto, ha a che fare con tutto quanto detto, di bello e di brutto. Che il Verbo “risponde” alla persona, e proietta i nostri pensieri e le nostre analisi in uno stadio successivo, più vicino alla logica di Dio. Aver fatto “memoria biblica” aiuta, ed è molto importante che anche il gruppo abbia un passo della Bibbia di riferimento a cui associare una tappa della loro vita.

–          “L’impegno”: dall’incontro può derivare una nuova tappa di vita persona e una tappa di gruppo, che potrebbe sfociare anche in un impegno concreto al servizio degli altri. Quando possibile, è bene non perdere questa dimensione di “concretezza” che incarna quanto detto e lo rende verificabile anche da parte di persone che non fanno un cammino di fede.

Verifica:

–          La verifica della propria comunicazione non è semplice, implica molta capacità di autocritica ma anche una ferrea volontà di migliorarsi senza abbattersi. Aiuta molto cercare un riscontro sincero nello stesso gruppo, senza aver paura di farsi mettere in discussione (ma senza nemmeno cercare di “piacere a tutti i costi”, sarebbe un rimedio peggiore del male). Aiuta molto il confronto con gli altri educatori e il sacerdote-assistente. Aiuta molto l’osservazione diretta di quanto i partecipanti e i gruppi diano seguito, con entusiasmo, a quanto detto durante l’incontro.

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