Un 2012 di incertezza e speranza

Ci aspetta un 2012 confuso. Non maturiamo altre prospettive politiche e sociali. Non sogniamo ad occhi aperti. Restiamo con i piedi a terra. E cerchiamo di capire, di essere razionali, di attingere a piene mani alla nostra intelligenza e buon senso, di non farci trascinare dalle emozioni e dal “tifo” per un partito o l’altro.

Ci saranno, da parte del governo Monti, governo tecnico chiamato a coprire le gravi inadempienze della politica, altre misure e provvedimenti impopolari, all’insegna del rigore e del sacrificio. Ci saranno perché la crisi non dà segni di essersi placata, perché la crisi, per dare respiro, “pretende” dagli Stati nazionali di mettere mano e portare a termine tutte quelle riforme strutturali che non sono state realizzate in decenni di cattiva politica.

Monti dovrà, su input europeo, lavorare alla riforma del mercato del lavoro. E sarà dura. Perché dovrà essere una riforma all’insegna della maggiore, dell’ulteriore flessibilità. Come accaduto sulle pensioni, ci saranno per partiti e sindacati (colpevoli di non aver guidato i processi, ma di aver conservato lo status quo) pochissimi margini di manovra. Dovremo solo sperare che la maggiore “flessibilità” sia compensata da un nuovo sistema di welfare che protegga in modo solido – ma non assistenziale – disoccupati, donne, giovani, precari, anziani e quei lavoratori adulti che escono dal mercato del lavoro quando il reinserimento è troppo difficile. Paghiamo in modo salato anni di beata incoscienza. Ed è come se subissimo un’operazione senza anestesia. Potremmo paragonarla ad una maxidieta fatta in una settimana, anziché in un anno.

Dovremo poi tenere d’occhio la ricaduta della “crisi finanziaria” sulla cosiddetta “economia reale”. Le imprese avranno maggiore difficoltà di accesso al credito, e già si stimano decine di migliaia di licenziamenti tra la fine dell’anno prossimo e il 2013. Non solo Monti sarà chiamato a porre rimedio a incombenti emergenze sociali, ma il Paese intero sarà chiamato ad un intenso sforzo di solidarietà, sobrietà e radicale revisione degli stili di vita.

D’altra parte, dal governo tecnico ci si attende le cosiddette “misure per la crescita”. Ma attenzione, c’è una legge non scritta che però è veritiera al 100 per cento: la politica incide subito quando taglia e tassa, ma lo stesso automatismo non si innesta quando elargisce sussidi e sostegno per lo sviluppo. Perché lo sviluppo è un’attitudine mentale e un’azione di coscienza. Significa non sprecare i soldi pubblici. Significa indirizzarli verso priorità chiare e giuste. Significa non approfittare di incentivi (ad esempio minori tasse) solo per abbattere i costi, ma impegnarsi moralmente a reinvestirli in occupazione. Significa far procedere nella legalità e nella celerità le infrastrutture finanziate. La crescita non è un automatismo innescato dal governo. Perciò richiede la cura sistematica dei malcostumi italiani.

Cosa possono fare i cittadini? In questo momento confuso, con una strana maggioranza politica (Pdl, Pd, Terzo polo) che sostiene un esecutivo di “professori”, dobbiamo vigilare su tutto, come se fossimo diretti rappresentanti delle nostre più giuste istanze. E’ giusto e doveroso pretendere, ad esempio, un’immediata e forte politica anti-casta, che elimini con lo stesso vigore già dimostrato dal governo su altri aspetti ogni privilegio e beneficio di cui usufruisce la “professione politica”. E’ giusto e doveroso pretendere una storica ed efficace iniziativa anti-evasione, che parta anche dalla nostra capacità di denunciare le piccole illegalità e di scegliere solo chi sta con la legge. E’ giusto e doveroso controllare che il piano complessivo di questa fase d’emergenza culmini, compiuti tutti i sacrifici necessari, in una revisione del fisco amica dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese.

E ancora, siamo chiamati ad aumentare la nostra coscienza europea. Non siamo più – nessuno lo è più – uno Stato pienamente sovrano. Le nostre iniziative economiche sono sottoposte alla verifica dei partner europei e anche mondiali. Si sta realizzando, sull’onda dell’emergenza, una governance che va ben oltre i nostri confini. Profeticamente non dobbiamo resistere al vento che soffia. Ma dobbiamo farcelo arrivare in faccia, capendo bene cos’è l’Europa, quale opportunità rappresenta, quale progetto persegue nella comunione dei popoli. La propaganda elettorale del prossimo autunno sarà fortemente anti-europea. Non facciamoci irretire. Siamo ormai in una interdipendenza fortissima con 7 miliardi di abitanti, e con tutti i nostri “concittadini” del Vecchio Continente. Dopo tante inutili resistenze al cambiamento, questa sarebbe la più pericolosa.

C’è margine per la speranza e per l’ottimismo? Certo. C’è margine per cogliere in una crisi complicatissima tutti i nostri errori nello stile di vita personale e sociale, specialmente abbiamo la possibilità, da italiani e credenti, di comprendere che l’assenza dalla scena pubblica, dalla politica, dalla città, sono un grave peccato d’omissione. E’ nella nostra latenza che la politica è rimasta immobile.

Ma la speranza più forte è che il senso comune dei sacrifici che faremo insieme rinvigorisca l’idea di bene comune, ci faccia sentire più uniti, rompa quella cultura dell’individualismo e dell’indifferenza al destino altrui che ci è stato propinato da un ambiguo sistema politico-mediatico. E’ proprio questo il momento favorevole.

Marco Iasevoli

 

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