In catene, ma liberi

Questo agosto, al termine del campo unitario, un gruppo composto da alcuni membri della presidenza e del consiglio diocesano di Ac si è recato in viaggio in Albania. Un viaggio alla scoperta di luoghi in cui assaporare la santità, luoghi in cui, nei momenti bui, ai laici è toccato il compito di portare avanti e custodire la fede con forza e speranza…

Quattro giorni in Albania. Come raccontarli. Difficile farlo. Non perché non ricordi i luoghi visitati, non perché non ricordi i volti incontrati, ma perché per quanto scrivere sia il mio mestiere, per scrivere di santità ci vorrebbe la penna di Dio. Santità: rinnegare se stessi per seguire Cristo, come ci ricordano le letture e il vangelo di quest’ultima domenica di agosto, come l’Albania incontrata all’inizio di questo stesso mese mi ha testimoniato.

Albania: luoghi e racconti da brividi, immagini e parole in grado di dimostrare ancora una volta quanto in basso può cadere l’animo umano. Ma anche luoghi e racconti pieni di libertà, libertà sempre difesa, sempre tenuta stretta, sempre respirata pur se costretta a marcire in minuscole celle, pur se costretta a subire atroci torture, pure se costretta a fingere di spolverarsi la giacca per segnarsi con la croce passando innanzi alla cattedrale trasformata in palazzetto dello sport.

Ti sembra un altro mondo l’Albania, ti sembra un’altra umanità quella raccontata da chi ha vissuto l’atroce dittatura comunista e ha avuto la possibilità di raccontarla: la terra dell’ecumenismo della sofferenza, così l’ha definita una clarissa incontrata a Scutari. Già perché credenti di ogni religione si sono ritrovati accomunati dalla propria fede, scandalo e pericolo per la stabilità della dittatura, oggi elemento fondamentale del paesaggio albanese: il suono delle campane e la voce del muezzin si alternano per ricordare all’uomo che la vita è fatta per trovare tempo per Dio.

Albania: terra dal sapore antico, dove riesci ad avvicinarti al mistero dell’Eucarestia scoprendone tutta la potenza della semplicità: solo pane e vino, vita per i cristiani di Albania, vita quotidiana difesa anche a rischio della morte; solo pane e vino, perché da lì passava la libertà, da lì passava la certezza che la morte, la dittatura non avrebbero ucciso l’Albania.

E questa libertà vissuta in catene oggi fa sventolare l’aquila albanese, quell’aquila che riporta la mente all’eroe nazionale Skanderbeg, che nel ‘400 guidò la sua nazione contro i Turchi. Da questa libertà custodita nei muri delle case, dove venivano nascoste statue di santi, calici, ostensori, oblate, parte oggi l’Albania cercando di ricostruirsi una propria identità.

Impresa non facile, la povertà è ovunque e il rischio è che i più giovani, dimenticando il passato, pur se recente, cerchino di combattere la povertà anche a scapito della dignità, per questo, ha detto il parroco di Sheldi, un villaggio vicino Scutari “è importante che il passato non si dimentichi, è importante che i giovani conservino questi ricordi perché fanno bene al cuore”.

Per una che come me vive in un Paese che sembra aver dimenticato la bellezza di dirsi liberi, il viaggio in Albania è stato una conferma: conferma che lo sguardo dell’uomo è fatto per guardare negli occhi la realtà, ma non solo. Il viaggio è stato anche una possibilità: possibilità di scoprire un luogo in cui poter ricordare che un uomo, un popolo per dirsi tale non deve conquistare il mondo, ma semplicemente non perdere se stesso.

Mariangela Parisi


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