Lo scorso fine settimana si è tenuto a Roma il Convegno Bachelet che, in occasione del 150°anniversario, aveva come tema centrale l'unità d'Italia. Vi proponiamo lo schema di relazione di Marco Iasevoli che cercava di leggere il senso di unità per gli italiani alla luce dell'esperienza associativa in Ac

Il senso dell'unità per gli italiani di oggi

XXXI CONVEGNO BACHELET

IL SENSO DELL’UNITA’ PER GLI ITALIANI DI OGGI

Alla luce dell’esperienza associativa

Schema di intervento di Marco Iasevoli

LA BATTAGLIA SOTTERRANEA

Le giovani generazioni in Ac: un’unità sostanziale, ma poco consapevole

I giovani e i giovanissimi di Ac rappresentano, inconsapevolmente, come l’Italia sia unita. Lo attestano dal Nord al Sud, dalle diocesi di montagna a quelle insulari i comuni riferimenti valoriali, in particolare la centralità della persona e l’idea di relazione come metodo e contenuto, un lessico condiviso, uno stile comunitario, l’attitudine al discernimento e alla collegialità, l’ancoraggio a figure segnatamente nazionali, ormai addirittura universali, come Pier Giorgio Frassati, e dal grande ethos civile come Alberto Marvelli, Vittorio Bachelet, don Pino Puglisi, don Peppino Diana…

A questo quadro roseo, fa da contraltare la scarsa consapevolezza di quest’unità: questi elementi che accomunano, infatti, devono comunque confrontarsi con un ambiente esterno che mira ad esaltare le divisioni, e spesso ci riesce. In generale, anche le giovani generazioni in Ac non sono immuni dai virus dell’antipolitica, espressi in modo diverso. Al Nord come diffidenza dello Stato centrale, a Sud come negazione a prescindere di ogni reale possibilità di perseguire il bene comune. L’attribuzione alla politica di ogni colpa, l’idea che la politica sia il contenitore perfetto di tutti i malcostumi, contribuisce a svuotare dall’interno quel patrimonio di nomi, valori e bellezze che ci accomunano.

Acquisire, allora, maggiore consapevolezza di questa unità sostanziale che si respira e vive in una realtà associativa potrebbe essere elemento di dialogo e costruzione positiva e tutti sappiamo quanto ce ne sia bisogno in generale e in questo particolare momento storico

IL MIO CAMPANILE E’ BELLO QUANTO IL TUO…

Giovani in Ac: un diverso modo di concepire il territorio

Anche se sottovalutato e quasi banale, la plurima dimensione territoriale vissuta da un giovane di Ac può essere considerata in piccolo un modello virtuoso. Il servizio in una parrocchia – che corrisponde ad una città o a un quartiere – la necessità di agire (per bisogno e per desiderio) in una rete più grande, la diocesi, la Chiesa locale, il richiamo ad una dimensione unitaria e nazionale che non è normativa, non si basa su leggi e parole d’ordine, ma raccoglie e mette a sistema le ricchezze dei territori (sarebbe facile fare il paragone con le attuali dinamiche interne ai partiti per capire quanto questo modello sia antitetico e raro). Va da sé come i diversi livelli di appartenenza si completano senza sovrapporsi, con una grande responsabilità personale da esercitare in ciascuno di essi. Ciò si traduce anche in una regola di vita laica: servizio alla città, solidarietà e collaborazione tra territori omogenei, il riferimento ad un’unica identità associativa che unisce e non disperde diverse sensibilità e peculiarità, l’apertura al mondo.

In generale, ovunque in Ac si ricava un forte radicamento al proprio territorio, associato spesso a buone pratiche di valorizzazione del paesaggio e dei beni artistici, che però ha in sé un vaccino contro localismi e campanilismi. Va detto, per onestà, che il vaccino esiste ma non sempre funziona.

NELLE PIEGHE DELLA DISAFFEZIONE

Nelle pieghe della disaffezione, il dialogo intergenerazionale

Il senso dell’unità è anche un fattore generazionale, e non può essere disgiunto dalle condizioni materiali in cui una generazione si trova a vivere. È più difficile essere italiani senza lavoro, senza salario, con una terribile sensazione di abbandono da parte delle istituzioni e delle generazioni adulte. A volte questa è una denuncia retorica, altre volte è un dato di sistema innegabile, basti vedere le ultime rilevazioni sulla disoccupazione. Nasce e cresce ovunque un risentimento forte per il futuro negato – ma sono discorsi noti in associazione e nella Chiesa -, a fronte del quale occorrerebbe un surplus di dialogo e confronto (non è un caso che il gesto di Napolitano con gli universitari sia stato pacificatore e universalmente apprezzato). Nella vita associativa, la parità nella corresponsabilità tra adulti e giovani, il forte protagonismo dei secondi nel servizio educativo, il vincolo del ricambio tassativo delle responsabilità, propongono in piccolo un modello democratico, anticarismatico e soprattutto fondato sul comune riconoscimento tra le generazioni, a cui si aggiunge un vincolo di sincera solidarietà e vicinanza degli adulti verso i giovani. Solidarietà non materiale, perché, è ancora Napolitano a dirlo con chiarezza nel messaggio di fine anno, non è questo che occorre ai giovani, ma di natura umana e spirituale. Può e deve avvenire in Ac una sorta di “consegna della speranza” da una generazione all’altra, ma è chiaro che tale “consegna” è auspicabile su una scala ben più ampia di quella associativa.

Il dialogo intergenerazionale, per fare estrema sintesi, deve porsi come risposta politica, culturale e sociale a questa domanda essenziale e lacerante: davvero ci rassegniamo all’esercizio di potere di un gruppo su un altro?

ITALIANITA’ E IDENTITA ASSOCIATIVA

Il genio italiano in Ac

L’Ac è italiana sin dalla nascita. Ancora oggi coincidono geni tipicamente italiani che si uniscono a geni tipicamente associativi: l’aggregazione gioiosa, la conciliazione tra intelligenza e umanità, la capacità di mediazione bonaria ma non meno efficace… C’è però un altro gene sul quale il Paese sta segnando battute d’arresto: l’amore per la cultura. Anche l’Ac ne soffre, per cui diventa sempre più complesso proporre ai giovani uno studio serio e motivato, investimenti in formazione ben ponderati, proporre l’approfondimento, la ricerca, il sacrificio nella conoscenza. Dovremmo dire con maggiore convinzione che alcune mete sociali, ad esempio meritocrazia e legalità, discendono comunque da un bagaglio culturale di base, senza il quale tutto diventa faticosa conquista. Ecco allora, che è giusto e fondamentale in ogni sede rilanciare il grido d’allarme per il sistema scolastico e universitario pubblico, perché motivare culturalmente alcuni grandi valori civili è una sfida ampia e complessa, che non si può affrontare con lo stile dell’eroe solitario e coraggioso. Nella scuola si intravedono le crepe della vita familiare, nella vita ecclesiale e associativa si intravedono le crepe della vita familiare e scolastica, nell’esercizio dei pubblici doveri si intravedono le crepe della famiglia, della scuola e anche della formazione ecclesiale e associativa. E nessuno può tirarsi fuori.

UNA SOLIDARIETA’ SENZA CONFINI

Una solidarietà senza confini per una cittadinanza più ampia

È giusto dire che i giovani dell’associazionismo laico e cattolico sono stati gli autentici protagonisti della grande mobilitazione per L’Aquila – solo per dire l’ultima grande manifestazione di solidarietà -, e che tantissimi erano i giovani che si sono rimboccati le maniche nella recente alluvione veneta. L’associazionismo – depauperato in mille modi dalle scelte politiche e dai trend culturali individualisti – rappresenta ancora oggi la più grande risorsa di gratuità e generosità, restando, forse, l’ultima frontiera culturale in cui ancora si dice: “prova a perderci qualcosa in quello che offri…”. Sintomatica, di contro, è la progressiva distruzione del servizio civile, da molti considerata l’unica compiuta politica educativa e giovanile su scala nazionale degli ultimi decenni.

Ciò nonostante, l’associazionismo continua a proporre esperienze di servizio non solo nel territorio nazionale, ma sempre più su scala internazionale. Da questo punto di vista, come Azione cattolica sosteniamo le iniziative e il lavoro del Fiac, con la specifica attenzione di non vivere le esperienze all’estero con il generico senso del volontariato, ma piuttosto come esperienze di mutuo arricchimento, superamento di barriere culturali, con la consapevolezza che se c’è qualcosa che l’Ac italiana può dare ai laici di altri Paesi e continenti è proprio quell’idea di laico corresponsabile nella vita della Chiesa e del Paese, e di formazione organica che mentre costruisce l’edificio interiore spinge anche ad una forte testimonianza pubblica segnata da dialogo, rispetto e amicizia.

Occorre, allora, perdere qualcosa per costruire un’identità condivisa. E mentre ancora ci becchiamo sul senso della nazione, sul 17 marzo e giù di lì dimentichiamo che una cittadinanza più ampia ci chiama, quella europea, che richiederà ulteriore intelligenza, nuove capacità d’integrazione e di dialogo.

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