Le parole che il card. Bagnasco ha rivolto alla vicenda Englaro hanno ridato vigore al confronto su quali cure siano a intendere come “accanimento terapeutico” e quale sia la posizione della Chiesa al riguardo. Un confronto che si è sviluppato sulle pagine de “Il Foglio” e de “l’Avvenire” e che ha rimarcato la necessità di risposte chiare e precise sulla questione anche, e soprattutto, da parte dello Stato […]

Continua il dibattito sull'eutanasia

La vicenda di Eluana Englaro (e con essa tutto il dibattito intorno al delicato tema dell’eutanasia) si arricchisce di un nuovo capitolo: il riferimento fatto dal card.Bagnasco durante la prolusione del 22 settembre al consiglio permanente della Cei ha dato il via ad un confronto (anche abbastanza vivace) all’interno del mondo cattolico. Il Presidente della Cei, sottolineando l’inviolabilità della vita umana (che poggia sulla irriducibile dignità di ogni persona, come ricordato da Benedetto XVI durante la recente GMG), ha sottolineato la necessità di un necessario supporto da parte delle istituzioni per le ventimila persone che in Italia sono nella situazione di Eluana e per le loro famiglie: l’iter giudiziario (ed i successivi problemi sorti per l’applicazione della sentenza) con cui è stata permessa l’interruzione legalizzata del nutrimento vitale, condannando in pratica queste persone a morte certa, ha reso  necessaria “una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita che – questa l’attesa − riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito – fuori da gabbie burocratiche − di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza. Dichiarazioni che, in tale logica, non avranno la necessità di specificare alcunché sul piano dell’alimentazione e dell’idratazione, universalmente riconosciuti ormai come trattamenti di sostegno vitale, qualitativamente diversi dalle terapie sanitarie. Una salvaguardia indispensabile, questa, se non si vuole aprire il varco a esiti agghiaccianti anche per altri gruppi di malati non in grado di esprimere deliberatamente ciò che vogliono per se stessi”.

Parole in cui, in pratica, si sottolineava che: l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione sono da considerare un’eutanasia (e quindi non ammissibile), la situazione e il back out istituzionale (ricordiamo che la sentenza non è stata ancora applicata perché non si è ancora capito chi debba farlo) generato da una sentenza di tal genere, unito al moltiplicarsi di opinioni e posizioni sull’ammissibilità dell’eutanasia, impongono un intervento legislativo volto a fare chiarezza e a rimarcare l’inviolabilità della vita umana e rimarcare che l’idratazione e l’alimentazione “forzata” non sono da considerarsi terapie sanitarie (ma trattamento di sostegno vitale) e, quindi, non possono rientrare nella categoria “accanimento terapeutico”.

Il giorno dopo su “Il Foglio” (giornale diretto da Giuliano Ferrara) viene pubblicato un editoriale non firmato intitolato “Eminenza, qui la cosa non funziona”, che giudica la prolusione di Bagnasco “buona e onesta, ma la parte relativa al testamento biologico, altrimenti detto dichiarazioni o direttive anticipate, dava l’impressione di una rinuncia. Di più, le sue parole di accettazione del testamento biologico davano l’impressione di una risposta intimidita e confusa a una cultura postmoderna che si mangiucchia pezzo per pezzo non tanto, ciò che non è la nostra specialità, la dottrina della chiesa, quanto ciò che resta della resistenza culturale al relativismo soggettivista. Se abbiamo capito bene, al di là dei dettagli e delle interpretazioni, il cuore del suo intervento sul caso di Eluana Englaro, e la sua novità, è in questo: fate pure una legge in cui si registri come norma universalmente valida la volontà soggettiva sul tema di come si desidera morire. La vita è un tabù, nel senso che è un mistero.[…] Se su questo fronte la chiesa cattolica tiene, tutto tiene, in un certo senso. I tabù sono fatti anche per essere elusi o violati o trasgrediti. Ma abbatterli e proclamarli morti e sepolti di fronte al mondo equivale ad abbattere il mistero, che è il pane della fede e della comunione liturgica nella chiesa, se non erriamo. Per quanto ci riguarda, peggio ancora, equivale a recidere quel “legame” di intelletto e d’amore che dà senso a una civiltà liberale e alla libertà. Equivale a trasformarla piano piano, passo dopo passo, in una democrazia libertaria su fondamento ateo e materialista. Puoi rifiutare una cura e lasciarti morire. E’ un fatto. Ma una legge che stabilisca questo fatto come diritto è un’altra cosa. Se la legge sia accettata e filtrata dal pensiero cristiano, è un’altra cosa ancora.”

In sintesi: Bagnasco si è lasciato piegare dalla società e non è possibile che la Chiesa  ammetta la possibilità di una norma che sancisca il diritto di rifiutare una cura e lasciarsi morire, poiché deve essere una diga contro un mondo ateo e materialista nel quale vengono abbattuti tutti i tabù e non esistono più valori inviolabili e sacri.

 Il giorno dopo è il turno di “Avvenire” che esce con un editoriale (firmato: è di Francesco Ognibene) in cui si punta al fatto che scrivere che Bagnasco ha alzato bandiera bianca contro la cultura postmoderna, è come dire che la posizione assunta dalla Chiesa è: “se uno vuol morire, che muoia pure, quando e come preferisce, aiutato da chi vuole, da chi lui stesso designa anche con un anticipo di decenni, e a prescindere da qualunque valutazione medica circostanziata e pertinente. Insomma, l’esatto contrario di ciò che la Chiesa ha sempre tenacemente affermato, e continua tenacemente ad affermare”. L’elemento nuovo e fondamentale, secondo il quotidiano della Cei è la sentenza della Corte di Cassazione che il 16 ottobre di un anno fa, rovesciando clamorosamente un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha di fatto autorizzato la Corte d’Appello di Milano a dare il via libera per il distacco del sondino che tiene in vita Eluana Englaro, sulla base di argomentazioni friabili, del tutto sproporzionate a una sentenza chiamata a decidere della vita di una persona disabile incapace di esprimere la propria volontà attuale. La Suprema Corte ha, insomma, sostituito il Parlamento legiferando in una materia “nella quale devono valere garanzie e tutele indisponibili. Se queste vengono ignorate, non solo su Eluana ma anche sui duemila pazienti in stato vegetativo come lei pende un verdetto di condanna: libero d’ora in poi chi li accudisce di sospendere l’alimentazione artificiale, se evoca vaghe dichiarazioni rese anni prima e in condizioni di piena salute, col beneplacito di una parte minoritaria della magistratura. Prendere atto che questi sono i fatti nuovi con i quali occorre fare i conti è un segno di saggezza, non certo di disinvoltura. Di lungimiranza, non di ripiegamento. Di coerenza, non di rovesciamento delle posizioni. E se la politica per una volta si mostra agile nel voler porre mano a una situazione che sta ormai sfuggendo al controllo, perché affidata al soggettivismo e alla creatività di singoli attori, come possono i vescovi non tenerne conto e non affidare ai legislatori le loro attese (i famosi “paletti” evocati dalla signora Coscioni) rispetto alla legge che si vuol far nascere? Possibile che non dica nulla il fatto che oggi, dopo la famosa sentenza della Cassazione, sono proprio alcuni dei propugnatori storici del testamento biologico a dire “meglio nessuna legge”? Certo, dal loro punto di vista, hanno già ottenuto tutto dalla Cassazione, a che serve ora una legge, forse a restringere le possibilità? Sì, esattamente a questo deve servire, e non – ovvio – a deragliare rispetto ai binari di un umanesimo che sa preservarsi integro per le generazioni future”.

Ovvero: Bagnasco non si è piegato alla società, ma, al contrario, ha sottolineato la deriva verso cui si sta andando, rimarcando la necessità di regolamentare la materia per evitare il pericolo di un’eutanasia-selvaggia-e-incontrollata. Negare lo sviluppo dei fatti sarebbe un po’ come nascondere la testa sotto la sabbia e “tirarsi la zappa sui piedi”.

Nel vivo della discussione è entrato anche il card. Camillo Ruini con un’intervista su “l’ e” del 25 settembre, raccolta da Mimmo Muolo e intitolata: “Fine vita. Utile una legge per difendere i principi nella nuova situazione”. Ruini, infatti, era stato tirato in ballo da Ferrara che, intervistato da “Il Corriere della Sera”, aveva dichiarato che lui (se fosse stato ancora Presidente della Cei) non avrebbe mai fatto un’apertura del genere. Ma Ruini si è detto, invece, d’accordo con Bagnasco poiché “l’opportunità di un intervento legislativo riguardo alla fine della vita nasce unicamente dal pronunciamento della corte di cassazione sulla vicenda di Eluana Englaro. In concreto, infatti, soltanto attraverso una norma di legge è possibile impedire che quel pronunciamento apra a una deriva davvero eutanasica, fino a consentire l’interruzione della nutrizione e dell’idratazione. Nella sostanza però nulla è mutato, né potrebbe mutare, nell’atteggiamento della CEI riguardo alla tutela della vita umana dall’inizio al suo termine naturale. È del tutto fuorviante, dunque, interpretare le parole della prolusione del cardinale Bagnasco come se potessero rappresentare un cambiamento su questo punto. È vero esattamente il contrario: l’apertura a una legge ha il solo scopo di evitare un tale cambiamento.” Ruini ricorda che la Chiesa è sì contro l’accanimento terapeutico, ma anche e anzitutto contro qualsiasi forma aperta o mascherata di eutanasia. Sono essenziali, ha ribadito, “la cura, la vicinanza e la sollecitudine che sia le strutture sanitarie e il loro personale, sia le famiglie, gli amici, i sacerdoti e tutto l’ambiente circostante sapranno esprimere verso coloro che non hanno speranze di guarigione in questo mondo e che si trovano in situazioni di estrema sofferenza.”

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